La Parabola del "Buon Napoletano" Stampa
Scritto da Pietro   
Sabato 28 Gennaio 2017 14:44
 

LA PARABOLA DEL “BUON NAPOLETANO”

 

Ogni volta che si legge in chiesa la Parabola del “Buon Samaritano” mi torna alla mente una vicenda di quasi vent’anni fa: una storia vera che contiene un insegnamento prezioso, come le parabole.

“Don Giuse’ … sìmm inguaijàt!”

A raccontarmi guai molto seri è una robusta signora napoletana sulla cinquantina: mi guarda con due occhioni tristi e mi presenta una coppia proveniente dal Daghestan (Repubblica del Caucaso Settentrionale). In patria avevano visto la morte in faccia uscendo vivi da un attentato: la loro casa era saltata in aria; fuggiti, si erano rifugiati in Italia: avevano trovato lavoro come custodi in una grande tenuta della Brianza e per questo erano tornati in patria a prendere i due figli minori; ma, al ritorno, ecco l’amarissima sorpresa: i “signori” della villa si erano rimangiati la parola, lasciandoli in mezzo alla strada coi figli e i loro quattro stracci.

Fortunatamente passava di lì il figlio maggiore della signora napoletana (quanti figli aveva? Cinque … sei … non li ho mai contati), vedendoli piangere li ha raccolti e portati nella sua casa: un appartamento ex Gescal ora Aler (di quelli che per entrarvi bisognava vincere un “concorso di povertà”), già abitato da una famiglia “affollata” ed economicamente molto, molto modesta.

“Noi siamo abituati ad essere tanti…” mi dice la napoletana “… a usare il divano per dormire, a mettere i materassi per terra…”

Da tre mesi li ospitava in casa, li sfamava e provvedeva a tutto per loro: aveva messo a soqquadro tutto il quartiere per cercare aiuto e un po’ ne aveva trovato; con arte persuasiva tutta partenopea era riuscita a trovare per quei poveretti un piccolo appartamento malconcio, ma con affitto molto basso: l’aveva scucito – pensate! –  a una signora ricca e, diciamo, poco ben disposta! Quella signora (che conoscevo bene) alla fine si era arresa dicendo: “Te sèt una terùna … ma te me piàset”.

Ora toccava a me “essere scomodato” perché in quella casa mancava tutto: tavolo, sedie, letti,  coperte, suppellettili, persino il riscaldamento; bisognava far intervenire anche idraulico ed elettricista. Ho scritto l’elenco di tutto il necessario sul foglio degli avvisi e ho cominciato subito a coinvolgere i fedeli che venivano alle Messe domenicali: neanche un giorno ed avevo già tutto, compresi gli impiantisti volontari e il formidabile “gruppo lavoro” della Parrocchia; in un baleno quella famiglia venne alloggiata.

Cari lettori, questa è una storia d’integrazione che va a finire bene: in breve vi dico che la signora è stata assunta dal Comune per le mense scolastiche e il marito (una vera “macchina da lavoro”) da uno sfasciacarrozze; i bambini subito a scuola. Tempo un anno e coi loro risparmi si erano già trasferiti in un’altra casa: un po’ vecchiotta, ma più spaziosa e meglio riscaldata; per inaugurarla hanno chiamato anche me ed hanno offerto una cena con menu tipico del loro paese. Quando, negli ultimi giorni del 2000, in Parrocchia accogliemmo 200 giovani per l’Incontro Europeo organizzato da Taizè, la signora del Daghestan si offrì volontariamente come interprete di lingua russa per i molti giovani che venivano dalle Repubbliche Baltiche.

Vi ho raccontato questa storia – ce ne sono altre simili capitate anche qui da noi, ma forse non lo sapete – perché mi ha molto colpito: una famiglia in difficoltà con grande naturalezza si fa carico di un’altra famiglia, senza neppure considerare le proprie ristrettezze!

Giornata del Migrante e del Rifugiato, Festa della Famiglia, Giornata della Vita, del Malato e della Solidarietà: sono il percorso di queste Domeniche; forse, più che le belle parole, la parabola del “Buon Napoletano” può contribuire ad allargarci il cuore.

Perché “le parole edificano, ma l’esempio trascina”.

 

Don Giuseppe