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STEFANO, MORIRE PERDONANDO

 

 

3 agosto, “San Stevanin” - festa del ritrovamento delle reliquie di Santo Stefano

 

Particolarmente cara alla devozione appianese è la festa del ritrovamento delle reliquie di Santo Stefano. Come ogni anno infatti è stata celebrata la Santa Messa solenne chiusa dalla benedizione con le reliquie, di cui riportiamo la storia del ritrovamento.

 

La tomba di Santo Stefano è stata solo da pochi decenni identificata con certezza e localizzata a Bet Gemal, un villaggio a a circa 30 km da Gerusalemme. L’impresa non è stata certo facile: è perciò interessante ripercorrere la storia di questo luogo di culto, polo di attrazione non solo per i cristiani, ma anche per gli Ebrei.

Nel 415 Lucianos, “parroco” greco di una località palestinese chiamata Kfargamla, invia una lettera alle Chiese d’Oriente e d’Occidente in cui annuncia con gioia la scoperta della tomba del protomartire Stefano, insieme a quella di Nicodemo (cf. Gv 3), del Rabbino Gamaliele e di suo figlio Abibos.

Lucianos scrive che il 3 dicembre, mentre dormiva vicino al battistero della sua chiesa, gli apparve un personaggio alto di statura, vestito con abiti sacerdotali e adornato di un manto con dei gioielli che gli disse: “Va’ a Gerusalemme e di’ a Giovanni, il vescovo: «Fino a quando dobbiamo rimanere rinchiusi senza che tu ci apra?».”

 

Il personaggio dell’apparizione si presentò come Gamaliele, e proseguì dicendo: “Accanto a me si trova Stefano, che per la sua fede in Cristo fu lapidato dai Giudei e i capi dei sacerdoti in Gerusalemme fuori della porta a Nord da dove una via conduce alla valle del Cedron. Là il corpo di Stefano, per ordine dei capi empi della città, fu lasciato esposto giorno e notte senza sepoltura, perché fosse divorato dagli animali. Tuttavia, per volontà di Dio, nessun animale lo toccò, nessun animale feroce, nessun uccello, nessun cane. Io, che ammiravo grandemente Stefano, mandai i miei servi in segreto perché portassero il corpo alla mia tenuta di Kfargamla, che significa «tenuta di Gamaliele». Dissi loro che doveva essere deposto nella mia tomba e si procurassero tutto il necessario per la sepoltura, a mie spese”. 

L’apparizione di Gamaliele si ripeté altre due volte, perché Lucianos voleva essere sicuro che la visione venisse dal cielo e non fosse un’illusione. Alla terza, dopo un aspro rimprovero per la sua incredulità, Lucianos si decise a cercare ed effettivamente trovò la tomba. I resti dei quattro personaggi, secondo l’ordine di Giovanni, furono portati a Gerusalemme e deposti nella chiesa del Cenacolo. Lucianos dovette accontentarsi di alcune reliquie dei medesimi, conservate nel mausoleo che Giovanni costruì per consolarlo di tanta perdita.

A metà dell’Ottocento, il sacerdote italiano don Antonio Belloni fondò a Betlemme la Congregazione della Santa Famiglia a sostegno degli orfani, acquistando anche, tra gli altri, un terreno nel villaggio musulmano di Bet Gemal, per proseguire la sua opera caritativa. Divenuto salesiano, nel 1891 le sue case a Betlemme, Bet Gemal, Cremisan e Nazaret diventarono parte della congregazione.

Nel 1916, a Bet Gemal, incominciati gli scavi per la costruzione di altre strutture, vennero alla luce dei mosaici. I salesiani, a conoscenza della lettera di Lucianos, fecero subito l’accostamento tra Kfargamla e Bet Gemal, che altro non sarebbe se non lo stesso nome (Kfargamla), con la parola bet (casa) al posto di kfar (villaggio). La distanza, 30 km, corrispondeva a quella indicata da Lucianos. Convinti di aver trovato la tomba di Santo Stefano, i salesiani costruirono sul sito del mosaico ritrovato una chiesa, delle stesse dimensioni di quella antica, intitolandola a Stefano.

Non tutti però accettarono questa identificazione di Kfargamla con Bet Gemal. Solo recentemente la controversia si è esaurita in favore di Bet Gemal. Infatti, nel 1999, il salesiano don Andrea Strus iniziò gli scavi archeologici a Jiljil, presso Bet Gemal: qui furono rinvenuti i resti di una struttura rotonda di matrice bizantina.

Don Strus credette di aver trovato in quest’edificio rotondo come una corona (Stefano, in greco, vuol dire appunto questo) il monumento che Giovanni aveva fatto costruire a Kfargamla per custodire le reliquie di Santo Stefano

Vicino a questa struttura fu trovata un architrave con un’iscrizione che dissipò ogni dubbio: “DIAKONIKON STEPHANOU PROTOMARTYROS”, ove per “diakonikon” si intendeva un luogo per conservare le reliquie.

 

Nell’attuale chiesa di Bet Gemal, nell’abside, a fianco del Crocifisso, è scritta la richiesta di Gesù al Padre a riguardo dei suoi crocifissori: “Padre, perdona loro”. Tutti abbiamo bisogno del perdono di Dio e di perdonarci l’un l’altro: è questo il messaggio che Stefano lasciò con la sua invocazione“Signore, non imputare loro questo peccato”.

 

Qualcuno dice che qui in Palestina non ci sarà mai la pace, perché i due popoli che si affrontano, musulmano ed ebreo, non sanno e non possono perdonarsi, non avendo la cultura del perdono. E per fare la pace, come insegnava Giovanni Paolo II, ci vuole anche il perdono: “Non c’è pace senza giustizia, e non c’è giustizia senza perdono”.

Che il Signore, per intercessione di Santo Stefano, smuova le menti e cuori di questi popoli e ci dia la pace.

 

 

 

Rielaborazione di Sara Uboldi

(tratto da: Rivista Maria Ausiliatrice 2006 – 11)

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