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LUMEN CHRISTI

La grandiosa liturgia della notte di Pasqua prevede che l’intera navata della Chiesa all’inizio sia immersa nell’oscurità e venga inondata di luce al passaggio del Cero pasquale, segno di Cristo Risorto: gli occhi, le menti e i cuori dei fedeli vivono questo mirabile passaggio dalle tenebre alla luce.

La luce diventa così simbolo efficace per raccontare la Pasqua di Cristo: inattesa, improvvisa e imprevedibile; abbaglia, avvolge e trasfigura; imprime forza, speranza e calore.

Non sempre, però, Cristo si manifesta con una luce così travolgente: più spesso ci accompagna con lumi semplici, ma non meno importanti ed efficaci.

L’espressione della Rosa, leggendaria domestica di don Luigi, Parroco di Guanzate, è di quelle che non concedono vie d’uscita; sposta un po’ la tendina della finestra e mi chiede: “Tì uì, nìnn … cùma ta fèet a ‘ndàa a càa stanòtt?” Io, dopo l’incontro del Gruppo Giovani, avevo assolutamente bisogno di passare da casa, a Monticello: in Seminario mi avevano accordato il permesso di tornare a Venegono il mattino seguente, ma quella sera di Gennaio 1981 una nebbia fittissima avvolgeva tutto: non si vedeva neanche la chiesa, distante pochi metri! 

Telefono ai miei per dire che non posso muovermi ma papà interrompe: “Quando esci da Guanzate per Lomazzo e giri a destra, alle rotonde c’è una piazzola con un bar che si chiama “Oscar”; alle 22.30 ti aspetto e poi ti faccio strada”. Papà, che guidava i camion fin dalla giovinezza, in quella giornata ne aveva mangiata tanta di nebbia, ma evidentemente non era ancora sazio.

La nebbia stravolge la realtà in un mondo diverso, infido: suoni e rumori sono attutiti, le distanze sembrano raddoppiare, gli alberi somigliano a fantasmi, le luci improvvise fanno sobbalzare, ogni minimo ostacolo genera paura. Percorro con grande incertezza i due o tre chilometri da Guanzate a Lomazzo.

“Qui ci dev’essere il bar … dov’è finito? Ah, eccolo … e quello è papà…” 

Al mio arrivo papà ha già il motore acceso e parte: mi precede lentamente per non perdermi e io lo seguo; non vedo neppure la sua macchina ma solo il fanalino rosso antinebbia sul retro.

Conoscevo benissimo la strada da Lomazzo a Lentate, la Novedratese fino ad Arosio, poi Veduggio, Renate, Cortenuova e infine Monticello; oggi conosco ancora meglio quella camionabile trafficata ad ogni ora con rallentamenti continui e code; ma quella tarda sera non riuscii a distinguere proprio nulla nel saliscendi tra le colline alternato da curve e rotonde: vedevo solo quel rettangolino rosso vivo e lo seguivo sapendo che lì c’era papà  che mi avrebbe condotto a casa. 

Che guidare strano quello di non guardare cartelli né semafori, di non cercare le svolte o le corsie migliori ma di imitare in tutto e per tutto velocità e movimenti di chi ti sta davanti!

Non era serata per correre e così in un’oretta comoda arrivammo a casa; già, una casa: sotto il portico finalmente potevo distinguere com’era fatta una casa e rendermi conto di dove mi trovavo! 

Non è una grande storia, questa che vi ho raccontato, ma spesso mi torna alla mente ripercorrendo quella strada e pensando che papà continua in qualche modo a seguirmi.

Mi fa pensare che il Signore per illuminarci il cammino, nelle notti della difficoltà e mille altre volte, si serva di piccole luci: sono per noi, alla nostra portata, ma ci chiedono la volontaria obbedienza di seguirle, anche se il panorama attorno è proprio come quando cantiamo: “luce in ogni cosa io non vedo ancora”.

Anche il cristiano, discepolo e testimone di Cristo, può somigliare a una piccola luce, ma in tempi di nebbia un banale fiammifero può diventare importante come un faro. 

Lumen Christi! Deo gratias!

Don Giuseppe