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LA LEZIONE DI BEGA

 

“Giorgio stasera non c’è: ha la riunione del Consiglio; tu sei nel gruppo con Bega”.

Giorgio è il miglior istruttore subacqueo: nessuno sott’acqua ci sa fare come lui; non tiene corsi ma solo lezioni private per me, che sono principiante: tutti in piscina m’invidiano.

 

Con aria rassegnata raccolgo borsa e attrezzature e percorro il bordo vasca fino al gruppo di questo “Bega” (sarà un cognome … un soprannome?).

E’ un ometto sulla cinquantina, di pochi complimenti, voce metallica e tratto sicuro: mi saluta con un cenno e mi invita a stare in mezzo al gruppo. Sta spiegando come avviene sott’acqua lo svuotamento della maschera; è un’operazione fondamentale: bisogna mantenere la calma e applicare una particolare tecnica. Bega la spiega ben bene e vuole che l’apprendiamo in stato di apnea; sembrerebbe anche una cosa facile a parole… 

 

L’istruttore mi invita a provare.

“Calma, adesso scendo…”

La pressione dell’acqua mi fa dolere le orecchie e devo compensare – secondi preziosi persi -; in ginocchio sul fondo seguo le indicazioni ricevute ma – delusione! - amministro male l’unico respiro che ho a disposizione: svuoto metà della maschera e con affanno risalgo in superficie.

“Quanto mi manca Giorgio – dico fra me - sto “Bega” chissà che figura mi fa fare davanti a tutti…” Bega è proprio lì, sul bordo vasca e mi punta l’indice: con mia immensa meraviglia – non potete immaginare quanta – si congratula: “Bravissimo, tu hai capito come si fa …”

“Ma se ne ho svuotata solo metà!” rispondo.

“Non importa: adesso torni giù e non sbagli più”.

E’ un comando e ritento subito.

Mi accorgo che tutto è cambiato: l’acqua è amica e scivolo dolcemente fino ai quattro metri… mi metto in ginocchio… compenso… allago completamente la maschera… la stacco un po’ sopra le labbra… espiro dolcemente e in modo costante col naso… l’aria sale e fa uscire l’acqua dal basso … voilà: la maschera è vuota (neanche una goccia!)… la sistemo bene… ho ancora aria nei polmoni per risalire tranquillo… adesso sono fuori.

“Te l’avevo detto: non sbagli più”.

Bega si volta subito verso un altro allievo in difficoltà e io rimango imbambolato per quella che mi sembra un’impresa.

 

Ciò che ho raccontato vi sembrerà banale, ma l’influsso su di me è stato molto, molto profondo: mi ha trasmesso fiducia, convinzione e sicurezza (poi ho sempre svuotato la maschera senza incertezze), ma soprattutto “mi ha cambiato la vita”. Vi spiego perché.

In quel periodo ero felicemente prete d’Oratorio; seguivo centinaia di ragazzi, adolescenti e giovani per la Catechesi, ero Presidente di nove squadre di calcio e sei di Pallavolo, insegnavo Religione a nove classi delle Scuole Medie: quanti interventi educativi dovevo fare ogni giorno!

Mi sono detto: “Se facessi anch’io così? Quante volte a Scuola sottolineo gli errori degli alunni più che non le parole esatte, quante volte dedico più tempo a rimproverare i ragazzi per le malefatte che a indicare i comportamenti virtuosi… Se facessi leva sulle loro positività? Se li incoraggiassi  a fare sempre meglio? Se infondessi fiducia nelle loro capacità perché le esprimano appieno?”

Ciò che mi era accaduto è diventato un segnale, un criterio, una nuova direzione per giudicare e agire.

Ho capito che bisogna apprezzare il bene sempre, anche quando è parziale: solo così uno può andare “di bene in meglio”.

Ho capito che occorre aiutare chi mi sta davanti a percepire la propria positività; nessuno mai deve poter dire: “Io non valgo niente”.

Ho capito che devo impegnarmi a favorire negli altri le condizioni per un’evoluzione positiva: i continui rimproveri, da soli, paralizzano.

Ho capito che gli incoraggiamenti riscaldano il cuore di tutti, giovani e adulti: non si tratta di illudere ma di spingere verso tutto il bene possibile.

 

Dalla sera seguente il grande istruttore Giorgio è tornato a insegnarmi i segreti della subacquea fino al brevetto.

Ormai non mi immergo più negli abissi – i superiori me l’hanno proibito da un pezzo – ma la lezione di Bega, credetemi, mi accompagna ancora.

 

Don Giuseppe