Home Informazioni Prima Pagina La Pasqua centro del Cosmo
La Pasqua centro del Cosmo Stampa E-mail
Prima Pagina de La Buona Parola
 

 

Avevo già tracciato alcuni appunti per un articolo sulla Pasqua di Cristo (un piccolo punto nella storia dell’universo diventa il centro del tempo e di ogni vita e li proietta verso l’Eterno) quando mi è tornata alla mente una meditazione che il Cardinale Martini ha tenuto a Gerusalemme per noi, Preti 1981, il 21 Aprile 2006, anno del nostro Venticinquesimo.

 

Sono andato a rileggerla: è stupenda e purtroppo non è pubblicata! La propongo anche a voi, con tanti auguri di buona Pasqua.

 

 

 

Don Giuseppe

 

LA PASQUA CENTRO DEL COSMO E DELLA STORIA

 

Anzitutto ringraziamo Dio che ci dà la grazia di incontrarci dopo venticinque anni. Vi ho ordinato sia diaconi che preti, dunque ho un doppio legame ontologico con voi. Vi ricordo sempre e faccio sempre memoria di voi. Gran parte del mio tempo qui a Gerusalemme è dedicato alla preghiera, quindi in­tercedo davanti a Dio per voi e per tutti quelli che ho conosciuto. Lo ringraziamo di tutti i doni che ci ha fatto in questi venticin­que anni e anche della possibilità che ci ha dato oggi di sostare qui nel giardino del Getsemani, un luogo su cui incombe il mistero della preghiera di Gesù di cui però tratteremo questo po­meriggio durante l'omelia della messa.

 

 

Vorrei ora esporvi semplicemente qualche riflessione che vado facendo in questi giorni. Nella settimana di Pasqua infatti stiamo celebrando non un avvenimento del passato, ma del presente: celebriamo Gesù vivo e la sua vittoria che domina la nostra vita.

 

In questo periodo ho molto riflettuto leggendo le opere di Theilard de Chardin, a cinquant'anni dalla sua morte. Lui aveva molto vivo il senso della durata senza limiti del tempo. In fondo la resurrezione è un evento che è stato preceduto da miliardi di anni-luce e forse sarà seguito da un arco di tempo altrettanto lungo. Noi non siamo che un minuscolo frammento di questo tempo senza limiti che si allarga poi in uno spazio infinito. Nessun astrofisico infatti oggi sa più dire quali siano i veri confini dell'universo; si parla anzi di 'multiverso', cioè di universi molteplici, senza limiti. Ebbene si potrebbe pensare che questo semplice grido sulla croce: “Dio mio, mi hai abbandonato?” o "Padre, perdona loro" sia come svanito dentro l'immensità del tempo e dello spazio. Invece la resurrezione che celebriamo è il centro, il senso, il significato, la radice, la ragione, il logos di tutto. Noi professiamo non solo la fede nel Risorto, ma anche nel fatto che Gesù Risorto e vivo è il senso di tutta la vicenda storica della materia e dello spirito, del tempo e dello spazio.

 

 

Come Gesù costituisce questa centralità? Ricordo molto bene la mia prima s. Messa a Gerusalemme nel luglio 1959. Venivo da Amman e arrivai a Gerusalemme di notte. Era il 12 luglio, vigilia della mia ordinazione sacerdotale pochi anni prima. Pur essendo notte telefonai e ottenni di poter celebrare al sepolcro, dove andai un po' come le donne del Vangelo: al mattino, al buio, quando non c'è nessuno. Ricordo con estrema vivezza l'impressione enorme che ebbi da quella celebrazione: la percezione che in quel luogo dove stavo celebrando era come scoppiata la vita; la forza dello Spirito santo aveva iniziato da lì un cammino già previsto e preparato da secoli, un percorso di pie­nezza di vita destinato a coinvolgere l'intera umanità. Da quel momento mi sono sentito parte di questo cammino di coinvolgimento di vita divina per tutta l'umanità.

 

 

Dobbiamo imparare a leggere intorno a noi e nella nostra esistenza i segni di questa vita divina che Gesù è venuto a proclamare e a portare. Certo la sua presenza non è così evidente; infatti molti la negano, pensiamo agli ebrei, ai musulmani, ai non credenti. La nostra convinzione invece è che con la sua ri­surrezione Gesù ha instaurato il Regno, incominciando innanzitutto da sé quale primo dei risorti. Inoltre lo ha instaurato seminando, inserendo nel tempo tutti quegli atteggiamenti evangelici che formano appunto l'inizio della divinizzazione dell'uomo.

 

 

Vedo questo in una bellissima icona dell'Ascensione che tengo nella mia camera. È come divisa in due parti, quasi un doppio triangolo. La prima parte è luminosa e vi si vedono Gesù, Elia e Mosè; la seconda è piuttosto scura e vi sono raffigurati i tre discepoli quasi rovesciati per terra che cercano di capire cosa succede. Questo è per me l'immagine di quello che Theilard de Chardin chiama "il Regno", la divinizzazione. Dio è venuto e una parte del mondo è già divinizzata, è già nella luce; è divinizzata in Cristo, nell'Eucaristia, in tutta la realtà sacramentale, in Mosè, in Elia e in tutti coloro che seguono in qualche maniera la via del Vangelo. È divinizzata in ogni nostro atteggiamento che è secondo la sua volontà: il perdono, la misericordia, la fedeltà, il fare due miglia con chi ne chiede uno... Questa è la vita divina sparsa nel mondo e che già opera in mezzo alle nostre comunità: noi ci siamo dentro. Poiché la vita divina ha già avuto inizio, il Regno è già presente tutte le volte che compio un atto secondo il Vangelo e aiuto le persone attorno a vivere secondo la sua volontà. Tuttavia è presente in questo duplice triangolo dove c'è una parte luminosa e una oscura. In noi infatti c'è ancora molta tenebra; in molta parte di noi continua a prevalere la guerra e l'odio, ma anche semplicemente la vanità, l'ambizione, la ricerca del successo, la prevaricazione... Il Regno è mescolato a tutto questo, per cui occorre l'occhio della fede per vederlo. Ma chi riesce a percepirlo con gli occhi della fede gode di una visione magnifica: vede un mondo che è già fin d'ora trasformato e sente come sua la missione di continuare a divinizzarlo in se stesso e in tutti coloro con cui ha a che fare. Così si cammina verso la pienezza dei tempi, quella annunciata da Gesù e da lui iniziata nel suo vivere lui stesso in obbedienza al Padre. Come dice san Paolo, verrà il giorno in cui "sarà la fine, quando egli consegnerà il Regno a Dio Padre" (1Cor 15,24), quando il Regno sarà completo e l'intera umanità sarà divinizzata.

 

 

Theilard de Chardin osserva molto bene come nel mondo c'è una forza entropica negativa che ci abbassa sulla nostra pigrizia, sui nostri difetti, sulla nostra sensualità, sui nostri peccati, ma c'è anche questa forza positiva che viene dalla resurrezione. Il Cristo risorto che opera soprattutto nell'Eucaristia sostiene ciascuno nel realizzare la divinizzazione dell'uomo e del mondo, ossia nel camminare verso una sempre maggiore unità. Il fine della storia è l'unità del mondo. Noi tutti siamo chiamati ad essere una cosa sola, senza perdere nulla della nostra personalità e individualità, ma fondendola in questa unità che è il Cristo totale. Proprio questa unità del Cristo totale, cioè del mondo divi­nizzato, sarà quella che Gesù presenterà al Padre. Per questo san Paolo può dire nella lettera ai Romani: "Un giorno anche il mio popolo sarà salvato": sapeva che nella storia opera questa forza.

 

 

Tocca a noi raccogliere tutte le forze positive operanti nella storia, senza lasciarci impressionare da quelle negative, entropiche che abbassano il livello del mondo. Tutte le volte che cediamo alla pigrizia, alla tiepidezza, alla noia, alla stanchezza, al peccato ci allontaniamo da Lui e ci lasciamo schiacciare dalle forze che guastano il mondo: è l'inferno, la divisione totale. Di contro già opera in ciascuno di noi il Risorto che porta la persona all'unità e alla pienezza. La sua forza tende alla collaborazione, alla trasparenza reciproca; mira a fare di tutti noi il solo Cristo uomo perfetto. In Efesini 4, 1 Corinzi 15 e Colossesi 3 troviamo questa visione di Cristo uomo perfetto che raduna in sé l'umanità.

 

 

Quando abbiamo capito questo, tutto il resto ci risulta più chiaro e appare meno inaccessibile anche il mistero del dolore e della morte. Mi sono spesso domandato - e adesso a maggior ragione per motivi anagrafici - perché il Signore non abbia distrutto la morte, lui che ha vinto la morte. Perché non l'ha vinta anche per noi? Perché non ci ha liberato dalla necessità di morire? Poteva farlo. Poteva dire: "Muoio io per tutti e vi libero da questa dura necessità". Riflettendo noto come tutta la Bibbia fin dall'inizio si regga sull'atto di fiducia totale in Dio. Il patto di amicizia con Dio, l'alleanza che egli liberamente pone con noi e nella quale siamo salvati richiede da noi un abbandono totale. È quella che ancora oggi con un linguaggio discutibile è chiamata "la fede di Cristo", ossia il suo abbandono al Padre fino allo scacco completo della croce: "Padre, nelle tue mani affido il mio spirito". Senza la morte avremmo sempre modo di sfuggire a questo abbandono senza riserve e senza vie di fuga. La morte ci chiede quell'atto di abbandono totale in Dio che è stato di Gesù e da cui è venuta la nostra salvezza.

 

 

Dio ci ha chiamati ad essere suoi amici, ci ha creati per essere in amicizia con lui, ma vuole un atto di fiducia. Del resto già tutta la nostra vita è un atto di fiducia. Anche la preghiera è un atto di fiducia, è un atto di morte: non sappiamo quali vantaggi ne verranno a noi o alle persone per le quali intercediamo.

 

 

Questa convinzione cambia tutta l'esistenza perché crea in noi un atteggiamento di fiducia, di confidenza, di abbandono, di certezza, di sicurezza che siamo nelle mani di Dio: Dio ci vuole bene, ci perdona, ci chiama a sé e quindi non verrà meno alla sua promessa. Vale per noi, ma anche per gli altri. Uno degli ul­timi libri di von Balthasar aveva come titolo: "Sperare per tutti", il che non significa la frase facile "tutti si salvano", quanto piuttosto la speranza che il Cristo crocifisso e risorto entrerà in qualche maniera nel cuore di tutti per affidarli a sé; anche se non sappiamo come. Del resto sarebbe una vittoria non completa se Gesù riportasse al Padre solo una parte dell'umanità. Egli vuole condurre ogni uomo a salvezza e dunque troverà il modo di riuscire a far sì che tutti siano sotto il suo dominio. La teologia ha sempre affrontato questo problema della salvezza degli infedeli. La riflessione classica affermava che Gesù salva coloro che sono predestinati e gli altri sono sottoposti all'ordine punitivo di Dio che quindi trionfa ugualmente. Noi però fatichiamo ad accettare questo schema. Preferiamo dire che ci sarà una conformazione per tutti e quindi sperare per tutti. Non sappiamo come: ma anche questo è un atto di totale fiducia. Con questa speranza noi operiamo, lasciando a Dio i suoi tempi; consapevoli che per lui "un giorno è come mille anni e mille anni come un giorno".

 

Come presbiteri siamo certamente prescelti tra coloro che sono chiamati a capire più di altri questo piano di Dio e a servirlo con i sacramenti e la testimonianza del Cristo risorto. Dopo venticinque anni l'esame di coscienza può allora anche essere semplicemente questo: ho servito questo piano di Dio? Ho avuto sempre in mente questo piano luminoso che ha rischiarato anche i momenti di fatica e di tentazione, di debolezza e di fragilità? Sicuramente non sono mancati i momenti di oscurità, ma nel Crocifisso Risorto che consegna il Regno a Dio Padre abbiamo la certezza di tutto ciò che deve avvenire: la pienezza della luminosità di tutti noi raccolti in unità nel mistero di Dio.