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“PER NOI UOMINI E PER LA NOSTRA SALVEZZA”



Siamo ormai in Avvento inoltrato e ci stiamo preparando al S. Natale; rivivremo quanto proclamiamo nel Credo: "per noi uomini e per la nostra salvezza discese dal cielo… e si è fatto uomo".

L’affermazione nella fede della nascita storica di Gesù è ancora ben radicata, ma quel "per noi e per la nostra salvezza" mi sembra sempre più debole, sempre meno vissuto nello stupore e nella gratitudine.

Chiedo scusa se a qualcuno quest’articolo sembrerà troppo autobiografico (è Natale e viene voglia di raccontare…), ma quelle parole del Credo mi riportano vivamente in due fatti avvenuti anni fa, poco prima di Natale.

 

Paderno Dugnano, primi giorni di Dicembre 1981, ore 21 circa.

Sono prete da pochi mesi ed è la mia prima esperienza di Benedizione delle famiglie; questa sera mi accompagna un solo chierichetto, Enrico.

In via Quintino Sella la seconda villetta è in ristrutturazione: il padrone di casa apre il cancello e ci fa salire all'ammezzato per una scala esterna; è buio pesto. Noi rimaniamo in piedi sul pianerottolo mentre lui, volgendosi alla poca luce che viene dalla strada, cerca in un grosso mazzo la chiave giusta per aprire la porta...

L'operazione è più complicata del previsto ed io, sfinito dalla stanchezza, penso tra me: "Adesso faccio due passi indietro e mi appoggio alla ringhiera per riposare un po'". Non mi sono ancora mosso quando il chierichetto mi dice: "Ehi Don, non si appoggi alla ringhiera perché non c'è!". Guardo indietro e rimango di ghiaccio: avrei fatto un volo con la schiena nel vuoto da oltre due metri!

Come ha intuito il chierichetto ciò che stavo per fare? Non mi ero ancora mosso…

Come ha letto nel mio pensiero la parola "ringhiera"? Non lo so…

Enrico ora non fa più il chierichetto: ha 39 anni, lavora ed è felicemente sposato; ma ovunque egli sia in questo momento, io gli devo la vita.

 

Un'altra storia.

Piscina di Varedo, metà Dicembre 1992: prove per la Benedizione subacquea di Natale.

Mi propongono di indossare un'attrezzatura nuova per interviste subacquee ("l'ha messa anche Licia Colò..."), ma io la trovo scomoda e opprimente: non riesco a compensare regolarmente, il dolore alle orecchie diventa insopportabile, l'erogatore sembra via via esaurire l'aria, non c'è più ossigeno… sono in affanno… mi sento morire…

Risalgo rapidamente in superficie (non bisogna farlo mai) e trattengo l'ultimo filo d'aria nei polmoni mentre Raffaele, l'istruttore, mi toglie l'attrezzatura dalla testa: pochi secondi che mi sembrano interminabili.

Aria! Finalmente… Come stavo male!

Raffaele mi sostiene mentre mi riprendo.

"Non dovevi avere paura" mi dice "c'ero io con te. In caso di pericolo tocca a me morire al posto tuo… Sì, hai capito bene: io devo dare la mia vita in cambio della tua".

Fisso intensamente negli occhi colui che mi parla così: Raffaele è sposato e ha due figli; mi racconta che ha il dovere anche di morire per me; questo mi fa stare meglio, ma io non lo trovo giusto.

 

Uno che mi salva la vita mentre non mi sto accorgendo di nulla, un altro che è pronto a sacrificare la vita in cambio della mia: quando a Natale sento parlare di Cristo “Salvatore” la mente ritorna a questi due fatti.

 

Cristo è venuto a salvarci da peccatori e perché peccatori, senza che glielo avessimo chiesto; si è fatto uomo per amore ed ha offerto la sua vita in cambio della nostra redenzione.

In questo contesto di riflessioni s’inserisce la scelta della nostra Parrocchia di offrire medicinali e materiale medico per l’Ospedale di Mutoyi in Burundi, come ci hanno chiesto le Piccole Apostole di Gesù: prendersi cura dei malati significa restituirli alla vita; salvare alcune vite a Natale significa apprezzare il sacrificio di Colui che tutto ha donato per salvare noi, significa lasciarci contagiare dal suo esempio ed essere veramente "suoi", popolo della vita e della salvezza.

 

Con tanti auguri a tutti di un buon Natale cristiano 2011!

 

Don Giuseppe Conti




DICEMBRE 2011